Le
fotografie dell'esposizione ritraggono i soggetti di uno studio sull'uso
curativo tradizionale delle piante nelle comunità Lecos in Sudamerica.
I Lecos sono un gruppo etnico scarsamente considerato a livello antropologico
ed etnografico, che vive nell’ Amazzonia Boliviana. Questa etnia
abita un territorio caratterizzato dal più elevato indice di
biodiversità in Bolivia ed ha dunque avuto la possibilità
di conoscere e sperimentare una vastissima gamma di specie floristiche
e faunistiche per adattarsi e vivere in questi ambienti.
Lo scopo del progetto è di raccogliere ed ordinare le informazioni
sulle conoscenze etnobotaniche e rendere disponibile alle scuole
indigene tale materiale in forma scritta come base didattica
per il recupero del sapere tradizionale.
L'idea è di produrre un documento durevole nel tempo su informazioni
che, custodite nel ricordo non più perpetuato tra le generazioni,
stanno sparendo con la memoria dei più anziani.
Scrivendo ed ordinando informazioni sulle conoscenze, che da millenni
sono state tramandate solo oralmente, si può contribuire infatti
a rivalutare e conservare il patrimonio culturale di un popolo.
La raccolta delle informazioni è avvenuta attraverso interviste
effettuate a 14 “Curanderos”, uomini e donne medicina, di
5 comunità indigene native. Questi esperti di fitoterapia hanno
fornito nozioni sulle proprietà delle piante, le parti da utilizzare
e la loro preparazione. Anche gli alunni delle scuole locali hanno contributo
al lavoro intervistando i loro famigliari.
La ricerca finora svolta ha induviduato un centinaio di specie utili
e 148 ricette curative tradizionali.
Tutte le indicazioni verranno scritte in un libro-quaderno,
contenente i dati registrati durante la ricerca, che verrà usato
dai ragazzi per incrementare ulteriormente il recupero delle conoscenze
sull'uso della biodiversità nei territori Lecos.
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venerdì 7 dicembre 2007
venerdì 20 maggio 2005
Precario 'collettiva fotografica'
Dieci
giovani fotografi si interrogano su un "tema tosto" come quello
della precarietà, analizzato sotto tutti gli aspetti. Ognuno ha
avuto infatti piena libertà nella scelta del soggetto, nel numero
delle foto, nel formato e nelle modalità di esposizione delle foto.
Unico vincolo il "bianco e nero", scelta obbligata dato che
le fotografie verranno stampate direttamente dagli stessi fotografi nella
camera oscura di Spiazzi.
domenica 1 maggio 2005
Robert Knott
Questa
mostra vuole esplorare un soggetto, la biancheria stesa, che se affrontato
da un veneziano potrebbe sembrare alquanto ostico. Dico questo perchè
quando Robert ci ha parlato del suo progetto eravamo alquanto dubbiosi,
se abiti a Venezia ne hai viste veramente "di tutti i colori"
e ormai hai un occhio smaliziato nei confronti di tutto ciò che
è appeso ai balconi. Un americano ha sicuramente un altro approccio,
e l'attitudine di Knott è stata comunque quella del rigore delle
forme ed in molti casi della ricerca di una purezza dei colori (le foto
sono infatti tutte a colori). Un'altra cosa va aggiunta, ogni tanto è
bene che noi italiani ci facciamo un po' osservare dagli altri, senza
veli, in mutande...
La parola all’artista:
“Per cercare di mettere a fuoco i miei giornalieri vagabondaggi degli ultimi sei mesi vissuti a Venezia, ho deciso di creare una composizione fotografica su alcuni aspetti della vita veneziana, al di fuori degli usuali cliché. In mezzo alla colorata biancheria che si trova un po’ ovunque gironzolando lontano dalle grandi direttive turistiche, sono rimasto attratto dalla contrapposizione tra la spontaneità di questi fili colorati di bucato e i sottostanti particolari della città monumentale. Visitando ancora ed ancora sempre gli stessi luoghi, ho realizzato che questa biancheria, che cambia costantemente, diventa essa stessa una fondale immaginario sì ricco e vario, esattamente come gli elementi architettonici da cui pende. Spero che la vasta gamma di immagini proposte riveli qualcosa della ricchezza e varietà di questo peculiare aspetto della vita veneziana.”
La parola all’artista:
“Per cercare di mettere a fuoco i miei giornalieri vagabondaggi degli ultimi sei mesi vissuti a Venezia, ho deciso di creare una composizione fotografica su alcuni aspetti della vita veneziana, al di fuori degli usuali cliché. In mezzo alla colorata biancheria che si trova un po’ ovunque gironzolando lontano dalle grandi direttive turistiche, sono rimasto attratto dalla contrapposizione tra la spontaneità di questi fili colorati di bucato e i sottostanti particolari della città monumentale. Visitando ancora ed ancora sempre gli stessi luoghi, ho realizzato che questa biancheria, che cambia costantemente, diventa essa stessa una fondale immaginario sì ricco e vario, esattamente come gli elementi architettonici da cui pende. Spero che la vasta gamma di immagini proposte riveli qualcosa della ricchezza e varietà di questo peculiare aspetto della vita veneziana.”
sabato 12 marzo 2005
Giovanni Pancino e Tommaso Zammarchi "Sretan Put"
Sretan
put (buon viaggio) è l’augurio
rivolto al viaggiatore lungo le strade
della Bosnia Erzegovina
Quello che ha accompagnato, rispettivamente nella primavera e l’estate del 2004, i viaggi di Giovanni Pancino e Tommaso Zamarchi, due giovani fotografi veneziani. A così breve distanza l’uno dall’altro, i loro lavori raccontano uno stesso paese con linguaggi visivi profondamente diversi, ma accomunati dal rigore tecnico e dalla forza evocativa. Ciò accresce l’intensità di una testimonianza straniante e coinvolgente su un territorio ancora profondamente segnato dalle ferite di una guerra rimossa dalla coscienza europea e allo stesso tempo rende omaggio alle potenzialità del linguaggio fotografico. In occasione dell’inaugurazione, due giovani storici esperti di storia dei Balcani (Eric Gobetti, dell’Università di Torino e Stefano Petrungaro dell’Università di Venezia).
Quello che ha accompagnato, rispettivamente nella primavera e l’estate del 2004, i viaggi di Giovanni Pancino e Tommaso Zamarchi, due giovani fotografi veneziani. A così breve distanza l’uno dall’altro, i loro lavori raccontano uno stesso paese con linguaggi visivi profondamente diversi, ma accomunati dal rigore tecnico e dalla forza evocativa. Ciò accresce l’intensità di una testimonianza straniante e coinvolgente su un territorio ancora profondamente segnato dalle ferite di una guerra rimossa dalla coscienza europea e allo stesso tempo rende omaggio alle potenzialità del linguaggio fotografico. In occasione dell’inaugurazione, due giovani storici esperti di storia dei Balcani (Eric Gobetti, dell’Università di Torino e Stefano Petrungaro dell’Università di Venezia).
sabato 13 dicembre 2003
Giovanni Pancino e Alessandra Rossi "fotografie"
Un viaggiatore rimane sempre un po' in disparte nei suoi viaggi e cerca sempre dei momenti in cui di potersi ricreare un luogo artificialmente familiare dove potersi sentire a casa; una stanza d'albergo dove anche per un solo giorno tira fuori dalla valigia una foto dei suoi cari o una casa presa in affitto per qualche mese che piano piano assomiglia sempre di più al luogo che ha lasciato. Anche le persone che incontra, i visi in cui cerca di trovare una somiglianza, hanno inconsciamente un legame con quello che ha lasciato.
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