lunedì 15 maggio 2006

Happening

Una parete bianca e il silenzio. Colori, strumenti per intervenire e tasti di pianoforte.
In una miscela d'arti e di modi d'espressione sempre in movimento, il silenzio si trasformerà in musica e il bianco prenderà corpo. Col tuo contributo ed un continuo metterci in gioco daremo vita a un unico lavoro che
poi ci porteremo via, a tocchetti.
Francesco Liggieri, Mirko Morello, Dario Santacroce, Mauro Arrighi, Gianluca Sanvido, Michela Pedro ,e la pianista Ai
progetto all'interno di PrivateGallery

venerdì 28 aprile 2006

Collettivo Rapido "Untitled"

Untitled è una collettiva d’arte contemporanea, ideata e realizzata dal Collettivo Rapido, collettiva che comprende: 9 artisti dell’Accademia di Belle arti di Venezia . Il progetto nasce dall’esigenza di realizzare una mostra indipendente dal sistema artistico e culturale insediato nel territorio veneziano; mettersi alla prova con le realtà già esistenti ed affermate.
Il Collettivo Rapido, ossia l’insieme di artisti che presentano Untitled, si prefigge di fare arte per il pubblico, di creare un rapporto tra le due parti, tra artista e spettatore, mediante l’opera.

L’iniziativa propone diversità negli stili e nelle tecniche espressive proprio per sottolineare la varietà del panorama artistico giovanile.
Gli artisti che vi partecipano provengono principalmente dall’ Accademia delle Belle Arti di Venezia. Gli altri artisti sono: Ada Giaquinto, Andrea Magaraggia, Denis Sljivic, Francesco Liggieri, Maya, Gianluca Sanvido, Michela Pedron, Mirko Morello e Selene Lazzarini.  

Grazie a: l’intero staff dell’Associazione Culturale Spiazzi, In particolare: Emiliano per il design delle locandine e delle cartoline. Gaetano e Michele per l’opportunità e la loro disponibilità.
Un grazie a Barbara Congiu per i testi.

Collettivo  Rapido sente l'esigenza di uscire dai canoni artistici attualmente in uso.
Così l'insieme dei giovani artisti che compongono il collettivo, si porta in mostra, riservandosi il piacere di essere indipendenti da curatori e manager.
In UNTITLED, un ritorno ai primi anni del '900, quando l'artista era promotore di se stesso.
Lo spettatore è occhio vigile e attento alle emozioni dettate dalla nudità delle opere.
Non è presente nessun intermediario, nessuna parola scritta suggerisce, nessuno spiega secondo una propria ottica faziosa quello che la sola arte è in grado di mostrare.
Nessuna guida, vera o ipotetica, in un viaggio artistico molto diverso nei generi.
Alla vista si presentano differenti realtà che permettono di ammirare: quadri, fotografie, sculture e video.




 

sabato 1 aprile 2006

Pablo Villagomez e Pablo Gozalves "paesaggio interiore"

Pablo Gozalves
Nella pittura di Pablo Gozalves si può rintracciare
l’origine storica di quella corrente della grande pittura
quattrocentesca italiana, da Sandro Botticelli e Filippino
Lippi, ma anche di alcune tendenze della figuratività
fiamminga posteriore.
Rembrandt innnazi tutto: il Rembrandt incisore,
non l’artista che inonda la tela di colore, ma quello che
taglia e tormenta la materia per estrarne impercettibili
residui di luce pura. Esuberante di materia scavata
dagli “avatares” della linea sono già, in questo senso,
le prove, i bozzetti, i disegni, le matericissime maquetas
di Gozalves, che preludono ai suoi dipinti “maturi”.
In Gozalves come negli artisti della “precision” europea
(Schiele, senz’altro, ma anche, per altri versi, Bacon
e Freud), la ricerca del colore resta tuttavia inelusa.
La pittura deve perseguire il colore, lo deve assillare:
il colore è il bersaglio da cui gli strumenti del pittore
non possono distogliersi.
Gozalves è latore di un’altra passione. È la passione
della linea, che può solo essere tentativo, ricerca,
amorevole interrogazione, e che induce lo spettatore
di ogni figura, di ogni ritratto, a una ponderazione
misteriosa. Il lavoro infaticabile della linea propone
domande a cui l’arte della pittura non può fornire
risposta certa. Com’è possibile che le immagini
interrogate dalla linea non “pongan el grito en el cielo”
– non esplodano in carneficine di colore – dal deserto
in cui l’artista le trova “esiliate”?
Claudio Cinti

Pablo Villagomez
“presenza come assenza”
“Non è la stessa cosa schermo o riflesso” afferma Pablo.
“Quando ho iniziato questo lavoro, pensavo che il
riflesso di un televisore potesse mostrare solo
l’immagine trasmessa sullo schermo”.
Una volta presi i pennelli, l’artista non riuscì a formare
una sola immagine con entrambi i concetti “perchè
riflesso e schermo non sono la stessa cosa”.
“Come spiega questa affermazione?” In questi schermi
televisivi appaiono scene di “Nosferatu” o “Il cavaliere
senza testa”, film visti più volte dall’artista, così ha scelto
scene specifiche riassuntive.
...il film
Da questa immagine nasce il secondo discorso.
Si riconoscono gli inquilini della casa dove è acceso il
televisore. Si vede la sala con una famiglia riunita
attorno all’apparecchio e si riconosce anche Pablo in
adorazione. Da notare come in questa seconda fase
sembri un riflesso dello schermo.
Un terzo discorso sorge nel momento in cui lo spettatore
affronta l’opera; siamo noi che fissiamo l’ultimo sguardo
generato chiaramente da quel primo momento in cui
l’artista si trovava vicino al televisore e davanti
alla tela bianca. Le televisioni di Villagomez, elaborate
inizialmente come semplici oggetti di uso quotidiano,
ci appaiono come quattro rappresentazioni quasi
sovrapposte. Pablo spiega come inizialmente
voleva l’oggetto nella sua totalità, perciò lo ricrea
con le pennellate.
Ciò nonostante quando ha dovuto dipingere lo schermo
si è trovato con frammenti simultanei di una realtà
difficile da inquadrare

martedì 28 marzo 2006

Zanichelli...dizionario del teatro viaggiante

anteprima-studio
con Titino Carrara
progetto di Federico Bertozzi, Titino Carrara, Laura Curino
regia Laura Curino

l “… Dizionario del teatro viaggiante” è una partitura per attore solo nella quale Titino Carrara racconta la sua infanzia di attore girovago, con una delle ultime famiglie d’arte ancora attive del nostro paese: I Carrara. Il racconto di un’esistenza nomade e zingara, lontana dagli schemi borghesi ai quali la nostra società ha teso dal dopoguerra ai giorni nostri. Un soggetto che affronta il tema della diversità, rivelando un tessuto sociale, appartenuto alla storia italiana, fatto di carovane e teatri mobili, espedienti e repertori teatrali sconfinati, recitati a volte all’impronta e misurati sull’esigenza e il gusto estemporaneo della piazza. Gusto dal quale è dipesa la reale sopravvivenza di una famiglia, che ha fondato nell’arte l’unica possibilità di sostentamento. Un mondo che oggi pare lontano e che sembra assimilabile all’odierna condizione delle famiglie circensi o ai giostrai girovaghi, ma la cui peculiarità “nobile” fece coniare a Benito Mussolini la definizione di “Zingari di lusso”. Perché di questo si è trattato, in fondo: di una continua lotta per l’affermazione di un’identità artistica e nobiliare, in un paese in trasformazione in bilico tra poesia e zingarismo alla ricerca di valori materiali e non incline a volersi riconoscere in realtà alternative.

venerdì 10 marzo 2006

Galere di Filandra e di Siria

Le sonorità etniche e popolari del gruppo presente sulla scena veneziana da alcuni anni sono ora raccolte in un disco che si propone come un vero e proprio ‘viaggio musicale’ seguendo metaforicamente le rotte delle antiche navi mercantili veneziane.
Dalle gighe e ballate ‘celtiche’, fino alle melodie greco-rebetiche, passando per brani medievali francesi e tedeschi, le tarantelle italiane, i ritmi balcanici e klezmer e le armonie arabo-andaluse: una raccolta tra tradizione e sperimentazione.
Andrea Mozzato (chitarra)
Maria Bergamo (voce)
Sandro Caparelli (contrabbasso)
Alessio Benetti (percussioni)

www.galeredifiandraedisiria.it

domenica 16 ottobre 2005

Gianmaria Giannetti

Al mio amico Gianmaria guardando la sua pittura
Io credo che la pittura, proprio l’atto del dipingere e tutti i suoi materiali, le tele i pennelli i colori i solventi gli odori, le ore passate in solitudine dentro se stessi, magari con la musica anche, è una specie di droga fantastica. E una volta che l’hai provata e ti è entrata nel sangue non puoi farne più a meno. Soppianta un po’ tutti gli altri enzimi, comanda la ghiandola pineale, e come con l’eroina, il solo antidoto alla pittura è la pittura stessa.
Credo che si diventa artisti per darsi delle regole, per trovare un modo di stare al mondo secondo regole che ci diamo noi, che stanno bene a noi. Contro le regole del mondo. Un artista, come uno scrittore, se è davvero tale (se fa sul serio, se non è solo uno che passa il suo tempo a buttare giù colori su una tela o a riempire i fogli con le sue cazzate) compie una specie di cammino di autoeducazione, di autodisciplina, e si costruisce la sua vita e il suo lavoro in libertà, mettendosi al mondo da sé, contro il discorso dominante, contro le regole che hanno cercato di imporgli.
Ti voglio trascrivere una delle molte cose interessanti che ha detto Dubuffet: “I bambini, come i pazzi, sono fuori dal sociale, fuori dalla legge, asociali, alienati: proprio quello che l’artista deve essere. Ecco da dove viene il sapore dei loro disegni, la libertà d’invenzione che in loro troviamo, la facilità e la disinvoltura delle loro trascrizioni, il loro ardimento e soprattutto (ed è questa la chiave di volta della pittura) la forte capacità di “vedere” sul serio ciò che è dipinto, senza che lo spirito critico intervenga subito, come succede nell’adulto, nel “professionista”, a impedirlo.”
Io non sopporto i professionisti dell’arte, se un artista non sa mantenersi un po’ nell’incertezza, e in quello che i maestri buddisti chiamano “lo spirito del principiante” per me perde qualunque interesse. Rossana Campo

giovedì 15 settembre 2005

Alfredo Ghierra "un arquitecto de emociones"

Alfredo Ghierra è conosciuto nell’ambiente artistico uruguayano per i suoi disegni di città, tutti di una particolare bellezza.
La sua opera, profondamente ambigua, seduttiva e inquietante, si presenta come possibile costruzione architettonica degli affetti, del ricordo e di una memoria spaziale.
L’opera presentata in questa installazione audiovisiva è indubbiamente la più complessa tra le sue realizzazioni: l’artista mette a nudo il processo del disegno e allo stesso tempo lo nasconde, portandolo da un mero processo tecnico, a un processo pulsionale. Il disegno non sorge da una traccia che l’artista dirige, ma da pulsioni che sorgono dall’immaginazione. L’artista, in questo tentativo di mostrare e allo stesso tempo nascondere, presenta un singolare “diario di viaggio”, l’esperienza vitale che costituisce per lui la costruzione di un’opera. Allo stesso tempo, in questo processo, un’infinità di segni si sovrappongono e si annullano: l’opera finale non è dunque un polittico, ma un detrito di disegni, che fotografati uno ad uno e quindi montati, costituiscono questa animazione.

Essa si caratterizza come una finzione narrativa che intende mostrare la relazione dell’artista con due città che conosce molto bene: Montevideo e Venezia.
Per Alfredo Ghierra le città che abita sono importanti non solo per l’architettura di cui sono fatte, ma anche per le persone che le abitano, un paesaggio umano riconosciuto dall’artista che si confronta con la geografia di queste città. L’opera esprime simbolicamente questa relazione affettiva, l’architettura delle emozioni.
Castello 3865 - 30122 Venezia +393497343853 - infospiazzi(at)gmail.com